4.05 DICEMBRE
Bimestrale di informazione tecnica, scientifica e ambientale
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RECUPERO: INDUSTRIA OLEARIA A RISCHIO AMBIENTALE?

Nel nostro Paese la politica in generale si è indirizzata a valorizzare la filosofia di tutela dell’ambiente e dei cittadini, che non devono subire gli effetti dell’inquinamento. Se questa è la scelta politica generale del nostro Paese, perché l’industria olearia molitoria (i frantoi) non segue, come gli altri, questa filosofia, costituendo quindi una strana e inspiegabile eccezione? La molitura delle olive produce danni all’ambiente e fastidi alla collettività perché genera cattivi odori, produce un residuo di sansa di difficile smaltimento e un refluo, le acque di vegetazione, ad elevatissimo grado di inquinamento. Ha dell’incredibile, e non se ne comprende il motivo, riscontrare come l’industria olearia abbia il diritto di poter utilizzare l’ambiente, e in particolare il terreno, come discarica. Il paradosso è ancor più evidente se si considera che oggi le nostre Regioni stanno adottando leggi e regolamenti per trattare le acque di prima pioggia che hanno un carico inquinante ridicolo rispetto alle acque di vegetazione. Mentre già nel 1996 molte attività industriali si orientavano alla filosofia di produrre con bilancio ambientale uguale a zero, oltre 5.000 frantoi venivano, per legge, autorizzati a utilizzare il terreno come discarica. Solo il futuro potrà svelare i veri effetti di una legge in vigore (la n. 56 del 1996) che ha, di fatto, autorizzato all’inquinamento un intero settore, con il mantenimento dello status quo. Quello attuale è uno stato dell’arte risalente a circa dieci anni fa quando, dopo una sperimentazione, il 12 marzo 1996 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto interministeriale con cui le acque di vegetazione sottoposte a trattamento di umificazioe venivano riconosciute come estratto umico derivato da acque di vegetazione delle olive e inserito tra gli ammendanti organici naturali nell’allegato 1C e 3 della Legge 19 ottobre 1984 N. 748 (ammendante ottenibile con il sistema HUMIX, processo  biochimico brevettato in Europa e ingegnerizzato da IDRODEPURAZIONE S.R.L.). Così, mentre in altri comparti si è pensato di risolvere il problema ambientale con la valorizzazione del rifiuto attraverso processi di recupero e riutilizzo, sostenuti anche dal contributo economico dell’utilizzatore del prodotto che genera il rifiuto, nell’oleificio si è scelta la via di sostenere che il problema ambientale “non esiste”, in quanto sia le acque di vegetazione da molitura olive sia le sanse residue dalla spremitura possono essere smaltite tal quali sul terreno. Il settore oleario ha così rinunciato e perso l’opportunità di richiedere un contributo al consumatore per la soluzione del suo problema ambientale. A chi la responsabilità di aver perduto un’occasione tanto importante? A nostro parere, in primis agli Istituti sperimentali di Elaiotecnica che, in qualità di braccio operativo del Ministero delle Risorse agricole, anziché promuovere la ricerca nel comparto della valorizzazione dei residui organici seguendo l’esempio di altri istituti specializzati nell’agricoltura, ancora oggi, a dieci anni dalla Legge N. 56/96, sostiene la validità della filosofia di utilizzare solo il terreno quale ammortizzatore dell’inquinamento da molitura olive.
Un’altra responsabilità è da ricercare in Confindustria, cui fa capo la più importante associazione dei frantoiani, e nelle organizzazioni sindacali Coldiretti e Confagricoltura, che - probabilmente senza molto approfondire - hanno sposato la filosofia, apparentemente più semplice, di definire il problema un “non problema”.
Molti sansifici e distillerie hanno dovuto sospendere la loro attività perché producevano danni ambientali e potranno riprenderla solo dopo aver installato idonei impianti per eliminare l’inquinamento:
acque, odori e fumi. La stessa cosa potrebbe succedere ai frantoi!

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